La storia della ‘NDRANGHETA

‘Ndrangheta: Origini, storia, struttura

di Domenico Cilione

Domenico Cilione, nato a Reggio Calabria nel 1968, attualmente vive e lavora a Milano . E’ stato Delegato di numerose associazioni per i diritti dei bambini; componente di commissioni di vigilanza e fondatore di direttivi di associazioni di promozione sociale ; responsabile gruppo di lavoro tematico provinciale Beni confiscati di Libera a Reggio Calabria. E’ stato Relatore nel Seminario “La mafia restituisce il maltolto: beni confiscati e lotta alle mafie”, a Villa San Giovanni (RC) nel 2005 e nel 2006 Relatore presso La Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali della Facolta’ di Giurisprudenza di Reggio Calabria, agli incontri sul diritto dell’antimafia e l’utilizzazione sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata: <<L’uso sociale dei beni confiscati – la situazione in provincia di Reggio Calabria e l’esperienza della cooperativa La Valle del Marro>>.

Prima parte

Scrivere di mafie non è facile, scrivo con i miei limiti, appassionato della tematica del riutilizzo sociale di beni confiscati alle che ho avuto modo di conoscere grazie a Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, presieduta da Don Luigi Ciotti .

Sulle origini della ‘ndrangheta si sono fatte molte ipotesi. Il nome farebbe pensare ad un etimo greco. Il linguista Paolo Martino sostiene che ‘ndrangheta, deriverebbe dal greco classico, quello parlato nella zona di Bova, in provincia di Reggio Calabria, e precisamente da andragathos che significa uomo coraggioso, valente1. In molte zone del reggino il verbo andragatizomai 2, significa assumere atteggiamenti mafiosi, spavaldi, valorosi. Già nel periodo della Magna Grecia, individui valenti e coraggiosi avevano dato vita alle cosiddette hetairiai, associazioni di cittadini, in parte segrete, che non di rado conseguivano i loro obiettivi con l’intimidazione e l’eliminazione fisica degli avversari. In un documento cartografico risalente al 1595 si è scoperto che una vasta area del Regno di Napoli, comprendente parti delle attuali regioni della Campania e della Basilicata, era nota come Andragathia region, terra abitata da uomini valorosi. In Calabria la ‘ndrangheta, o meglio un’organizzazione criminale con tratti simili a quelli che oggi caratterizzano la mafia calabrese, ha cominciato a farsi notare all’interno del processo che accompagna la formazione dello stato unitario. Sono proprio l’onore e la vendetta ad ispirare la leggenda che fa da sfondo alla ‘ndrangheta come mentalità e comportamento individuale e poi come organizzazione criminale diretta a praticare la violenza organizzata. Si narra che nel Seicento, su una nave partita dalla Spagna si erano imbarcati tre nobili cavalieri costretti a fuggire per aver lavato nel sangue l’onore di una sorella sedotta. Sbarcati sull’Isola di Favignana, Osso, votandosi a San Giorgio, decide di rimanere in Sicilia dove fonda la mafia, Mastrosso, devoto alla Madonna, si trasferisce in Campania dove organizza la Camorra, mentre Carcagnosso, con l’aiuto di San Michele Arcangelo, punta sulla Calabria dove da vita alla ‘ndrangheta (non è quindi un caso, se il 15 agosto 2007 nelle tasche di una delle vittime della strage di Duisburg, viene trovato un santino bruciato, indicatore inequivocabile di un recente rituale di affiliazione) . Nel caso della ‘ndrangheta calabrese il modello organizzativo dell’organizzazione criminale ricalca quello delle società patriarcali, si tratta di una organizzazione di tipo orizzontale basata su legami parentali a differenza della mafia siciliana che ha una organizzazione di tipo verticale , non è quindi un caso se nella ‘ndrangheta vi sono solo pochi pentiti, proprio per questi legami parentali e patriarcali all’interno dell’organizzazione criminale. 3La famiglia, detta anche ‘ndrina o cosca, è la cellula primaria della ‘ndrangheta. Essa è formata dalla famiglia naturale del capo-bastone, alla quale se ne aggregano altre, non di rado sempre con qualche grado di parentela, formando così il locale, cioè una entità territoriale di almeno 49 affiliati, quasi sempre coincidente ad un ambito territoriale locale quale un quartiere o una zona di una città. Ogni locale, è diretto da una terna di ‘ndranghetisti” detta “copiata”, quasi sempre rappresentata dal capo- bastone, dal contabile e dal capo crimine. La copiata deve essere dichiarata ogni qualvolta un affiliato si presenta in un locale diverso da quello di appartenenza oppure qualora venga richiesta da un affiliato gerarchicamente superiore. Il contabile, oltre alle finanze e alla divisione dei proventi, si occupa della c.d. baciletta, cioè della cassa comune dove affluiscono i proventi dell’attività criminale, mentre il capo crimine è responsabile della pianificazione e dell’esecuzione di tutte le azioni delittuose. Sia il contabile che il capo crimine devono sempre agire ottemperando alla disposizioni del capo-bastone. Ogni capo-bastone ha potere di vita e di morte sui suoi uomini ed ha diritto all’obbedienza assoluta. Ma la ‘ndrangheta così come tutte le mafie in una sorta di contraddizione che coglie i suoi aspetti nell’arretratezza culturale e nell’arcaicità, si è globalizzata, abbandonando i sequestri di persona per controllare i traffici mondiali di sostanze stupefacenti, investendo nella sanità, nel traffico dei rifiuti, nella grande distribuzione commerciale, acquistando un ruolo imprenditoriale e quindi anche soggettività politica. Una nuova dimensione del fenomeno che si è modellato sulle pieghe della società, non solo calabrese ma anche e soprattutto moderna. Un nuovo soggetto criminale moderno con una nuova borghesia mafiosa, inserita nei salotti buoni della società e dell’economia mondiale. 4 Ammonta a quasi 44 miliardi di euro il giro d’affari della ‘ndrangheta stimato dall’ Eurispes per il 2007. Un fatturato fuorilegge pari al 2,9% del Prodotto Interno Lordo italiano, attestato per il 2007 a 1.535 miliardi di euro. La società con il più grosso giro d’affari del mondo! Un dato quello del fatturato che risulta ancora più allarmante se messo a confronto con il PIL di alcuni paesi europei: il giro d’affari della ndrangheta holding è ad esempio equivalente alla somma della ricchezza nazionale prodotta da Estonia ( 13,2 miliardi di euro) e Slovenia. Il settore più remunerativo si conferma quello del traffico di droga che determina introiti per 27.240 milioni di euro Una vera e propria holding del crimine come una società che detiene la maggioranza delle azioni di tante altre aziende satelliti, un ruolo di primo piano assunto nell’ambito del mercato del traffico internazionale di stupefacenti. A completare il paniere criminale, i roventi illeciti derivanti dal mercato dell’estorsione e dell’usura con 5.017 milioni di euro; il traffico di armi con 2.938 milioni di euro ed il mercato della prostituzione con 2.867 milioni di euro, una vera e propria Holding del crimine.

Seconda parte: i codici della ‘ndrangheta

Nella maggior parte delle “culture orali”, la conoscenza e il sapere sono trasmessi attraverso formule, frasi, proverbi, massime ed espressioni verbali, che vengono ripetuti nel tempo attraverso la trasmissione orale delle genti. La ‘ndrangheta, o meglio l’affiliato alla ‘ndrangheta ha originariamente vissuto nel mondo della cultura orale, memorizzando attraverso l’udito, i relativi codici. Le operazioni di polizia hanno portato alla luce molti di questi codici e trascrizioni, dalla grafia incerta e da persone semi analfabete, formule e riti attraverso i quali si entra nella ‘ndrangheta, in cui vengono distinti ruoli interni, regole di comportamento e sanzioni in caso di infrazioni.

Il primo codice della ‘ndrangheta di cui si ha notizia è quello di Nicastro (prov. di CZ) nel 1888; esso conteneva 17 articoli riguardanti gli obblighi e i doveri degli affiliati, le formule di giuramento e perfino una sorta di password per farsi riconoscere all’interno della relativa associazione mafiosa e per distinguersi da altre. Il primo codice, invece, a finire nelle mani delle forze dell’ordine è quello di Seminara (prov. di RC) nel 1896. Tuttavia, ‘ndranghetisti non si diventava solo per affiliazione e merito ma, pure per nascita. Nell’aprile del 2003, nel corso di un’intercettazione telefonica, la figlia di un boss della ‘ndrangheta ha ammesso che la propria affiliazione è avvenuta per “discendenza”. I magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, in uno dei procedimenti penali nei confronti di un boss della ‘ndrangheta, scrivono che << l’età minima per essere iniziati e diventare picciotti è di 14 anni, anche se prima di quell’età i figli degli affiliati vengono sottoposti ad una forma d’iniziazione a seguito della quale si dice che è mezzo dentro e mezzo fuori>>. Ancora oggi, in relazione ai figli, le vecchie come le nuove generazioni di ‘ndranghetisti, conservano l’idea di far entrare nell’organizzazione i propri figli maschi, chiamati “primo fiore”. Alcuni padri, davanti ai familiari e consoci, ponevano nelle mani del bambino appena nato, un coltello e una grande chiave d’epoca. Se il bambino toccava il coltello sarebbe diventato un ‘ndranghetista, se toccava la chiave sarebbe diventato uno “sbirro”. Il coltello, infatti, simboleggiava la ‘ndrangheta, la chiave la sbirraglia. In realtà la chiave veniva collocata un po’ più distante, in modo da non poter essere toccata (1).

Un’altra usanza era quella che il capo della “locale” andava a far visita al nascituro del proprio affiliato, portava con sé una forbicina per tagliare le unghie al bambino. Era la prima forma di affiliazione: il bambino da quel momento diventava una “piuma”.

I giovani sono quindi reclutati per i loro vincoli parentali, ma anche per le loro capacità. Quando superano la prova dell’affidabilità ( vengono monitorati, osservati, guardati ) diventano “contrasti onorati”, un pre-requisito per diventare “picciotto liscio”. Le affiliazioni sono dette in gergo “taglio della coda” (2) e generalmente avvengono nel territorio di una “locale”, e in questo caso sono dette “ferro, fuoco e catene”, con riferimento al coltello che è l’arma propria degli affiliati, alla candela che brucia l’immagine sacra durante il rito d’iniziazione ed al carcere che ogni affiliato dovrà essere in grado di sopportare. Quando l’affiliazione avviene in un luogo diverso, come ad esempio il carcere, è definita “semplice”. Secondo le rivelazioni di alcuni pentiti, per entrare a far parte dell’organizzazione bisogna pungersi un dito o il braccio con un ago o un coltello, facendo cadere qualche goccia di sangue sull’immagine di un santino ( quella di S. Michele Arcangelo) che poi è dato alle fiamme, in ossequio ad una suggestiva simbologia tesa a garantire fedeltà e rispetto alla cosca ( Il 15 agosto 2007 nelle tasche di una delle vittime della strage di Duisburg, viene trovato un santino bruciato, indicatore inequivocabile di un recente rituale di affiliazione – ndr). L’ammonimento del capo-bastone è impietoso: <<come il fuoco brucia questa immagine, così brucerete voi se vi macchiate di infamità; se prima vi conoscevo come un “contrasto onorato” da ora vi riconosco come “picciotto”>>. Spesso sono i “ picciotti lisci” a reclutare i “contrasti onorati”. Nei piccoli paesini quelli che sanno “campare” si notano subito. Il metodo per il reclutamento è la cooptazione. Si entra solo per chiamata diretta, senza concorsi, frequentando i “contrasti onorati”, però senza autocandidatura. Sono, infatti, i ”ragazzi lisci” ad adescare i loro coetanei e poi propongono la loro cooptazione ai superiori. Spesso si assumono la responsabilità di presentarli e portarli dentro l’organizzazione, ma devono essere sicuri di puntare sulla persona giusta e, se il giovane proposto si rivelasse non adatto, la responsabilità sarebbe del proponente e scatterebbero le sanzioni che, la maggior parte delle volte, porta all’eliminazione fisica degli “infami”. Nella ‘ndrangheta le colpe si dividono in “trascuranze” e “sbagli”. Le prime sono infrazioni di lieve entità, quasi sempre di carattere informale e sono punite con la sospensione per un mese dalla “locale” o con il pagamento di una sorta di multa. Le seconde, invece vengono punite con la morte o, in subordine, con la “spoliazione completa”, in altre parole privato della “veste” o “camicia” che simbolicamente e in senso metaforico è consegnata al momento dell’affiliazione. In caso di “spoliazione completa”, l’affiliato viene degradato al ruolo di “contrasto senza onore”.

Il vincolo associativo si estingue solo con la morte, oppure con il tradimento, tuttavia, esistono dei casi, anche se rarissimi, in cui un appartenente alla ‘ndrangheta può ritirarsi a vita privata, ma quando è concesso di ritirarsi in “buon ordine”, la persona che si ritira ha sempre l’obbligo “di mettersi a disposizione”dell’organizzazione, in qualsiasi momento e per tutta la vita.

L’identikit della ‘Ndrangheta

Se dovessi tracciare un identikit di questo fenomeno che è la ‘Ndrangheta direi che è una associazione di persone non solo giovane ma anche duttile. La Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nel periodo compreso tra il 1999 ed il 2005 ha indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso 7.909 persone. Di queste, il 15, 42% aveva una età compresa tra i 18 e i 30 anni; il 43,58% tra i 31 ed i 45; il 29,42% tra i 40 e i 60 anni; il 10,11% tra i 61 e 75; e 1,45% aveva più di 76 anni.

Delle 7.909 persone gli uomini sono risultati 7.315 di cui 1.120 avevano una età compresa tra i 18 e i 30 anni, pari al 15,31%; 3.185 tra i 31 e i 45 anni (circa il 43%) ; 2.159 tra i 40 e 60 anni (il 29.51%) ; 746 tra i 61 ed i 75 anni (10.19%) e 105 avevano più di 76 anni (1.03%) . Le donne erano 594.

Dall’analisi dei dati emerge pure che il 59% degli affiliati alla fine del 2005 aveva una età inferiore ai 45 anni. Tutto ciò conferma la facilità con la quale le ‘ndrine riescono a rinnovare le proprie fila.

Secondo il progetto del Gruppo provinciale interforze di Reggio Calabria, i gruppi criminali in Calabria sarebbero circa 130 con circa 10.000 affiliati e, solo nella provincia di Reggio Calabria, i sospetti aderenti sarebbero circa 7.300 di cui 250 donne, una presenza di circa 200 cosche. Nella sola provincia di Reggio Calabria ci sarebbero almeno 73 “locali”, 23 nel mandamento di centro, 26 in quello jonico e 24 in quello tirrenico. Nelle altre 4 provincie i “locali” i dati sarebbero almeno 63, di cui 15 nel catanzarese, 14 nel cosentino, 16 nel crotonese e 14 nel vibonese.

Nel rapporto tra affiliati ai clan e popolazione, la densità criminale in Calabria è pari al 27%, contro il 12% della Campania, il10 % della Sicilia ed il 2% della Puglia. La Commissione Parlamentare Antimafia nel 2004 scrisse che “ la ‘Ndrangheta, nel suo insieme, è qualcosa di più di una congerie di malfattori rurali, come superficialmente veniva considerata fino a pochi anni fa; è una tela di ragno che lentamente, ma inesorabilmente imprigiona le persone per poi incunearsi nelle istituzioni…modella la sua efficienza sia attraverso la pratica della collusione che della corruzione, approfittando dei semplici rapporti di amicizia o parentali“.

Quella di Reggio Calabria, comunque, non è solo la provincia dove operano le cosche più potenti, ma anche la più permeabile alla ‘Ndrangheta: 19 consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose dal 2001 al 2005 , 121 atti intimidatori ai danni di amministratori.

L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare delle direttrici scientifiche entro cui muoversi per l’analisi delle sue principali dinamiche nel territorio calabrese, ha realizzato uno studio nel quale si è voluto evidenziare, partendo dal monitoraggio e dalla valutazione di alcuni parametri di disagio sociale, il grado di fragilità e di permeabilità di un territorio rispetto ai tentacoli della ’Ndrangheta. L’Eurispes nello studio dal titolo “L’evoluzione della criminalità organizzata in Italia nel periodo 1999-2003”, presentato in occasione del convegno “Mafia, Politica e Società”, organizzato da Dike, Bimestrale sulla giustizia e la società evidenzia che il livello di violenza raggiunto in alcune aree regionali del Paese, in particolar modo nel corso delle numerose e cruente faide scoppiate tra cosche rivali, si esprime con chiarezza nel numero degli omicidi registrati. Per quanto riguarda la sola Campania, la più rappresentata nella classificazione giudiziaria degli omicidi, si contano 311 assassini, pari al 46,7% del dato complessivo nazionale. Sempre nello stesso periodo, in Calabria, la cui quota di omicidi è pari al 21,6% del totale nazionale, gli assassinii legati a motivi di ‘Ndrangheta sono stati 144. A seguire Puglia (108 omicidi) e Sicilia (89 omicidi). A livello provinciale il territorio che fa registrare il più alto numero di omicidi per mafia è quello partenopeo: ben 234 morti in soli cinque anni. Segue un’altra provincia campana, Caserta, in cui, nel periodo preso in esame, sono state accertate 57 morti per motivi di camorra, a testimonianza della ferocia che contraddistingue l’organizzazione criminale radicata in quest’area del Mezzogiorno; Foggia (46), Reggio Calabria (43) e Bari (38). Sul fronte del giro d’affari, l’Eurispes ha calcolato che ammontano a quasi 43.000 milioni di euro gli introiti delle “quattro cupole” italiane. I maggiori proventi si hanno dal traffico di droga (25.926 milioni di euro), di imprese (7.489), traffico di armi (5.219), prostituzione (2.241) ed estorsione ed usura (2.097). È la ’Ndrangheta a detenere il primato degli affari per quanto riguarda il traffico di droga (9.813 milioni di euro), seguita da Cosa nostra (8.005), Camorra (7.230) e Sacra corona unita (878). Sul fronte della impresa (appalti pubblici truccati e compartecipazione in imprese in genere) è Cosa nostra ad avere la leadership con un “fatturato” di 2.841 milioni di euro, seguita a ruota da Camorra (2.582) e ’Ndrangheta (2.066). Sulla prostituzione, l’organizzazione criminale calabrese riconquista il primato con un giro d’affari di 1.033 milioni di euro, seguita da Sacra corona unita (775), Camorra (258) e Cosa nostra (176). Per quanto riguarda il traffico delle armi, invece, è la Camorra a posizionarsi in cima alla graduatoria: 2.066 milioni di euro; seguono ’Ndrangheta (1.808), Cosa nostra (1.549) e Sacra corona unita (516). La mala calabrese balza nuovamente al primo posto per estorsione e usura con un giro d’affari di 1.033 milioni di euro; un’attività che sembra poco interessante per le altre cupole, visto che a parecchie lunghezze di distanza seguono Camorra con 362 milioni di euro ed ex aequo Cosa nostra e Sacra corona unita con 351 milioni di euro. L’analisi Eurispes ha posto particolare attenzione al fenomeno della ’Ndrangheta che, rispetto alle altre organizzazioni criminali, possiede una particolare capacità di ”riproduzione per clonazione” anche nei territori di non tradizionale vocazione mafiosa e mostra una rinnovata capacità di attrarre. In particolare, nel distretto di Reggio Calabria, una delle aree storicamente più a rischio, si rileva un sempre maggior coinvolgimento di minorenni in reati di particolare gravità. Il massiccio uso di minori da parte dell’organizzazione è spiegabile in due modi. In primo luogo, la ’Ndrangheta tende a difendere i propri capi delegando a persone che sono al primo grado della scala gerarchica i compiti più a rischio. In secondo luogo, il fenomeno dipende dalla particolare struttura della ‘Ndrangheta, differente da quella delle altre organizzazioni criminali presenti in Italia. Le azioni criminose direttamente riconducibili alle associazioni a delinquere di stampo mafioso sono per buona parte sommerse, perché spesso circondate dall’omertà ottenuta con minacce e intimidazioni. Un’idea dell’impatto della ’Ndrangheta sul territorio può essere tuttavia fornita dai dati sulle denunce fatte alle Forze dell’ordine. Per quanto riguarda la distribuzione dei reati sul territorio calabrese, dai dati delle diverse Forze dell’ordine emerge che, per tutti i crimini considerati, sono state sporte 1.752 denunce nel solo anno 2001: 263 per estorsione, 1.335 per produzione, detenzione e spaccio di stupefacenti, 81 per associazione a delinquere (delle quali 32 per associazione di tipo mafioso), 50 denunce per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione e 23 per contrabbando. L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare delle direttrici scientifiche entro cui muoversi per l’analisi delle sue principali dinamiche nel territorio calabrese, ha realizzato uno studio nel quale si è voluto evidenziare, partendo dal monitoraggio e dalla valutazione di alcuni parametri di disagio sociale, il grado di fragilità e di permeabilità di un territorio rispetto ai tentacoli della ’Ndrangheta. Obiettivo principale dello studio è stato dunque quello di fornire alcune utili indicazioni circa il rischio di penetrazione mafiosa cui sono esposti i cinque territori provinciali della Calabria. A tal fine è stato creato uno strumento ad hoc, l’indice IPM (Indice di Penetrazione Mafiosa), (che potrà essere utilizzato e adattato anche ad altri contesti territoriali), in grado di suggerire, per quanto possibile, i recenti sviluppi del fenomeno e le dimensioni che lo stesso sta assumendo e, cosa ancor più interessante, che potrà assumere nei contesti esaminati. Al fine di determinare una classifica del “livello di penetrazione mafiosa” delle organizzazioni criminali nelle province calabresi è stato predisposto un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di alcuni indici che scaturiscono, come premesso, dalla valutazione oggettiva e, per lo più, quantitativa di alcune variabili socio-economiche che caratterizzano un’area territoriale (tasso di disoccupazione, grado di fiducia nelle istituzioni, reati commessi e assimilabili alle associazioni mafiose, casi di amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose, nonché atti intimidatori a danno di Amministratori locali). Dall’analisi dei dati emerge che è la provincia di Reggio Calabria a far registrare il più alto rischio di penetrazione mafiosa, ottenendo un punteggio complessivo pari a 47,3 in virtù del fatto che conquista la vetta della classifica provinciale in più occasioni: relativamente al più alto tasso di disoccupazione (29% al 2002), al più alto numero di casi di comuni sciolti per infiltrazione mafiosa (17 dal 1991 ad oggi) e di atti intimidatori ai danni di Amministratori locali (72 dal 2000 al 2002). Seguono i territori di Catanzaro, dove si registra il più basso livello di fiducia nelle istituzioni (45,4%) e il più alto numero di reati commessi e assimilabili alle associazioni mafiose; Vibo Valentia, laddove alla sfiducia nei confronti delle istituzioni si accompagna una situazione occupazionale tutt’altro che rosea (27% il tasso di disoccupazione), e Cosenza, nella cui area, nonostante l’elevato numero di manifestazioni mafiose rilevato (87,1 reati assimilabili alle associazioni mafiose ogni 100.000 abitanti), sembra regnare un sostanziale clima di fiducia nelle istituzioni ai vari livelli (60,5%). In coda troviamo Crotone, il cui indice di penetrazione mafiosa è pari quasi alla metà di quello rilevato per la provincia di Reggio Calabria (25,0 vs 47,3). Domenico Cilione (Fonte:Antomafia2000.it)

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Categorie:mafia, Storia 'Ndrangheta

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