La cultura umanistica: autentico algoritmo per la ricerca e la formazione universitaria

La cultura umanistica: autentico algoritmo per la ricerca e la formazione universitaria

Prof. Avv. Luciano Maria Delfino 21 novembre 2014

Fonte e link: http://www.filodiritto.com/articoli/2014/11/la-cultura-umanistica-autentico-algoritmo-per-la-ricerca-e-la-formazione-univeristaria.html

Come è a voi tutti noto, la ricerca scientifica e la formazione universitaria sono catalogabili come attività umane teleologicamente preordinate alla scoperta, all’interpretazione ed all’esame di fatti ed eventi nonché alla divulgazione di condotte e di teorie afferenti ad ogni campo dello scibile umano attraverso procedimenti intersoggettivi fondati sul metodo cosiddetto scientifico.

Entrambe, infatti, vanno intese come sistemi e luoghi atti a sviluppare la conoscenza della scienza; insieme vanno considerate quali fattori essenziali – e non soltanto sotto il profilo economico – preordinati al potenziamento ed al progresso delle società nel tempo in ragione della loro capacità di determinare innovazione e di favorire l’evoluzione delle comunità che di quei risultati fruiscono.  

In buona sostanza la metodologia scientifica raccoglie i dati utili all’osservazione ed alla sperimentazione al fine di formulare ipotesi e teorie e si configura come la modalità tipica attraverso la quale la scienza indaga sulla realtà  per centrare l’obiettivo della conoscenza di tutto ciò che ci circonda.

I processi di ricerca e di formazione si concludono con la comunicazione e la divulgazione alla comunità scientifica e nelle aule universitarie dei risultati conseguiti onde consentire possibili ulteriori e successive verifiche da parte di altri ricercatori in ordine alla conferma dei risultati medesimi, ovvero al riscontro di eventuali anomalie presenti nel procedimento seguito nell’attività della ricerca esperita.

Nel quadro di analisi dei modelli di eccellenza del sapere un indiscutibile ruolo chiave, anzi una partita decisiva giocano gli studi classici che, in termini di funzione, sono destinati ad assumere, come valore sistemico, una posizione di assoluta centralità nel modello di sapere medesimo sia con riferimento al profilo della ricerca scientifica che riguardo allo spaccato della formazione

Valore sistemico che, come, peraltro, è di facile rilevazione e lettura, è presente, quale momento essenziale e determinante di tutti i modelli universitari più avanzati, ancorché la nostra povera Italia con l’altrettanto qualitativamente non esaltante intellighenzia che si ritrova va finora, con abbrivio oscurantista ed antimoderno, irresponsabilmente verso approcci di segno contrario sulla scorta di un archetipo di analisi intellettuale del tutto fine a se stessa, caratterizzata da modelli ed argomenti tematici che hanno come unico denominatore soltanto l’esigenza, in ragione delle mode del momento, di doversi obbligatoriamente connotare come espressione di contrapposizione a qualcuno o qualcosa (nella specie contro la cultura classica) e che per ciò stesso sfocia in un piatto conformismo di pensiero che si autoalimenta di un perverso e trasversale incantesimo di artefatta rispettabilità spacciato, il più delle volte in maniera inutile quanto irriflessiva, come servizio culturale verso la comunità.

La miope visione testè enunciata, è bene evidenziarlo, va, però, in direzione giustapposta rispetto a quanto avviene nel resto del mondo dove lo studio del latino e del greco rappresentano segno distintivo per coloro che lo praticano.

Io stesso, che nelle mie esperienze accademiche e professionali fuori d’Italia, ho avuto modo di esaminare dall’interno con accuratezza il mondo universitario anglosassone, al pari di quello del resto d’Europa, mi sono reso conto che nei confronti di questi Paesi abbiamo l’enorme vantaggio di avere alle nostre spalle una storia millenaria ed il retaggio di una cultura classica che loro non hanno e che ci invidiano; storia e retaggio per i quali sono stato apprezzato, anzi addirittura favorito, perché mi hanno sempre visto come espressione di un mondo di eccellenza, appunto quello classico, del quale purtroppo essi non soltanto non sono eredi ma addirittura non possono fare ad esso diretto riferimento.

Con buona pace delle ricordate Cassandre non esiste uomo al mondo che non abbia come paradigma di riferimento il mondo classico allorquando decida di dedicarsi allo studio dell’origine della civiltà occidentale atteso, altresì, l’obiettiva evidenza che nessun altro Paese al mondo può vantare ed esprimere, persino sotto lo spaccato della durata dell’arco temporale di riferimento, la medesima cultura classica e la storia che caratterizza l’Italia.

E noi oggi cosa facciamo? Disperdiamo sulla scorta di un illusorio tecnicismo di maniera, piuttosto che di sostanza, la più grande ricchezza di cui disponiamo: la cultura classica e le testimonianze oggettive del nostro passato che, in verità, non sono soltanto passato, bensì linfa vitale per il nostro presente ed il nostro futuro.

Basta far riferimento al mondo pulsante dei beni culturali e del nostro patrimonio storico artistico per renderci conto di quanto piccolo, mediocre e meschino possa essere il pensiero di chi ripudia la cultura classica.

Beni e patrimonio che, senza tema di smentita, costituiscono un tesoro unico ed inestimabile, rappresentano la culla della cultura e della memoria collettiva, il collante di una identità, che rende l’Italia, quella Nazione che il Manzoni con tanta icastica efficacia ha definito “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.

Non c’è luogo del nostro Paese che non si presenti come un museo a cielo aperto.

I monumenti, i resti archeologici di città, strade, acquedotti, templi, chiese sono opere, espressioni tangibili della vita dei popoli  (fenici, greci, etruschi, romani) che per secoli, addirittura per millenni, hanno, sul territorio della nostra penisola, insediato e sviluppato una incredibile rete di civiltà pervenute sino a noi con l’indubbio stigma dell’attualità e della loro palpitante modernità; lo splendore del nostro Medio Evo con i suoi castelli, con le sue città, con le sue chiese, le sue abbazie, le sue cattedrali (romaniche, gotiche, barocche); il fulgore di un Rinascimento che non ha eguali al mondo, con le sue regge, i palazzi, i teatri ed i musei, sono ognuno e tutti lo specchio di una bellezza, unica, inimitabile e soprattutto utile e viva.

Bellezza che non è mera cosmesi ma sentimento  profondo che affonda le sue radici nel tempo, che si traduce nell’immenso patrimonio di cultura, arte, musica e conoscenza ereditata dai nostri padri e che si riflette, con impetuoso e travolgente afflato, nella mente, nell’animo e negli occhi di chi con essa viene a contatto.

Cultura classica che non è, come con disprezzo talvolta si dice, coniugare verbi e tradurre letteralmente le versioni di greco e di latino, ma piuttosto l’invito ardente verso lo studio di materie di una bellezza singolare, di una profondità tale da suscitare in chi le affronta curiosità, metodo e sogno e che soprattutto posseggono il potere di aprire la mente per indirizzarla verso orizzonti di inestimabile utilità.

Lo studio del greco, del latino, della filosofia, della matematica logica, propria degli studi classici, costituiscono patrimonio imprescindibile ed al contempo infungibile per le menti, atteso che favoriscono lo sviluppo dello spirito critico che consente di recepire con forza e capacità la quantità di informazioni che da più parti ci piovono addosso con ritmo incessante.

L’idea che gli studi classici debbano essere rinchiusi nel recinto delle belle lettere per apparire così antagonisti della scienza è considerazione becera, sciocca e, comunque, immediatamente percepibile quale paradigmatico fuor d’opera, atteso che gli stessi in una logica e giusta visione interdisciplinare costituiscono l’elemento fondante ed essenziale per l’accrescimento delle capacità argomentative indispensabili all’esercizio della dimostrazione scientifica, viepiù in considerazione dell’obiettiva evidenza che proprio il metodo dimostrativo è strettamente correlato con la tecnologia scientifica in ragione del fatto che non appare revocabile in dubbio che quest’ultima non può che nascere da quella cultura che ha generato il teorema.

Gli studi classici proprio per la loro qualità di costituire l’illuminato crocevia in cui si intrecciano aspetti filologici, matematici e di storia del pensiero garantiscono la voglia di aggiornarsi, servono a gestire la complessità e la capacità di governare l’articolata gamma dei fenomeni della vita di relazione, costituiscono in buona sostanza il metodo per eccellenza per lo studio anche delle c.d. discipline scientifiche quali la matematica, la geometria, la statistica, l’economia, il diritto, la fisica e tutte le discipline ingegneristiche e mediche.

Storicizzare il passato permette di analizzare e comprendere meglio le necessità del presente ed anche del futuro che si dipanano in costante successione lungo l’orizzonte temporale della nostra vita.

Dallo studio della classicità e dalle sue testimonianze, anche fisiche, riusciamo a mutuare la illuminante facoltà di acquisire elementi di tecnica costruttiva, idraulica e militare, di regole igieniche, indirizzi dietetici, metodi di coltivazione agricola, nozioni di zootecnia, conoscenze astronomiche ed ecologiche, il fondamento spirituale e teologico delle pratiche religiose ed infine, ma non ultime, le forme concrete, la profondità e la ancor oggi palpitante funzionalità delle regole di diritto espresse  dai loro sistemi giuridici    

La filosofia, poi, o meglio la conoscenza del pensiero filosofico, è snodo cruciale, elemento formativo per eccellenza tant’è che secondo me – anche se ciò cozza con l’ottuso pensiero corrente, che addirittura sta meditando di eliminare gradualmente la filosofia dai corsi di laurea e dai licei – andrebbe studiata persino negli istituti tecnici.

Ed invece cosa fanno gli  apparati legislativo e burocratico del nostro Paese? Ipotizzando di ridurre da cinque a quattro anni l’iter curriculare della scuola secondaria superiore, sulla scorta della impropria considerazione  di adeguare il percorso scolastico italiano al sistema europeo – cosa peraltro non vera atteso che contenutisticamente sono ben altre le differenze che andrebbero colmate – il Ministero  riduce, sia pure in via sperimentale, gli anni dell’insegnamento della filosofia da tre a due cancellando così, senza una ragione logica, interi pilastri della storia del pensiero per porre l’interesse didattico soltanto sullo studio dei filosofi moderni e contemporanei.

Risultato di tale dissennata manovra di depotenziamento è l’enucleazione di tutta la tradizione antica, medievale e rinascimentale.

In buona sostanza rischiano di scomparire dal campo dell’insegnamento, tanto per citarne alcuni, filosofi del calibro di Campanella, Tommaso d’Aquino, Telesio, Ficino, Boezio, Anselmo d’Aosta, Vico.

Vengono, inoltre, messi a repentaglio dell’ombra dell’oblio i due più grandi filosofi del novecento italiano, Croce e Gentile, la cui visione storicistica del pensiero filosofico non può trovare posto nel descritto dissennato ambaradan.

A ben vedere siffatta impropria operazione equivale in pratica ad eliminare lo studio della filosofia dalla scuola e dall’università atteso che risulta incomprensibile discutere di idee filosofiche enucleandole dallo scenario in cui sono nate, ossia dal loro contesto cronologico.

Insomma, per dirla con Luciano De Crescenzo, è come se si procedesse a cancellare lo studio dell’aritmetica visto e considerato l’esistenza, la presenza e l’uso quotidiano delle calcolatrici.

Quanto al greco è appena il caso di ricordare come esso sia la lingua filosofica per eccellenza nella quale ciascuna parola può rivestire molteplici significati sicché occorre mobilitare tutta l’intelligenza di cui si dispone per comprendere quale sia il significato più appropriato rispetto al contesto di analisi.

Esiste, peraltro, un rapporto molto intimo tra lingua e formazione scientifica che può essere studiato con proprietà soltanto con il supporto della lingua greca, la sola in cui i concetti si sono evoluti dalla parola in modo assolutamente organico. Tutte le altre lingue, proprio perché meno ricche, meno icastiche nel significato, sono indiscutibilmente costrette, nel campo scientifico, a dipendere, a nutrirsi dello straordinario patrimonio lessicale dell’idioma greco.

La cultura del mondo greco, al pari di quello latino, è indiscutibilmente ricca e profonda in tutte le sue espressioni: il teatro, la scienza, l’economia, la filosofia, il diritto, la politica, addirittura l’alta politica, la possibilità di cimentarsi con la vastità e l’utilità dello scibile e, atteso che si manifesta come promozione ed accettazione, non soltanto dell’assetto ereditato, ma anche di quello presente e futuro, permette l’indissolubile correlazione  con i rapporti, con i conflitti e con i problemi che continuano a rendere, secondo l’insegnamento aristotelico, l’uomo (tanto di ieri, quanto di oggi),  politikon zoon.

In risposta all’assoluta e mediocre falsità dell’affermazione secondo la quale gli studi umanistici conducono soltanto verso Università dello stesso segno, v’è da segnalare,  e questo è storia, che i migliori ingegneri e fisici (cito per tutti Fabiola Giannotti[1]), per non parlare dei medici, sono quelli che hanno fatto  gli studi classici.

Per comprendere l’attualità della cultura classica è sufficiente prendere come punto di riferimento il senso della medesima e rilevare come ciascun termine che abbiamo utilizzato per descrivere la crisi del modello di sapere attualmente in essere nel nostro Paese è parte integrante della ricordata cultura, l’essenza stessa del nostro passato che, però, passato non è, anzi è più che mai espressione in divenire della realtà presente e futura.

La stessa parola crisi, oggi tanto ricorrente sui mass media, è di etimologia greca. Essa deriva dal verbo krino (separare, dividere) ed è espressione concettuale propria di una situazione di difficoltà che ha come paradigma di riferimento il sistema dei valori dal punto di vista umano e non già, come si vuole e fare apparire, meramente lessicale. 

Parlare della cultura greca è come parlare di noi stessi, dell’umanità intera atteso che essa, come un virus benefico, ha contagiato e permeato di sé l’intero genere umano.

Crisi significa sofferenza di un modello di vivere che, comunque, ha in sè gli anticorpi necessari per rinnovarsi e divenire nuovo. Crisi significa altresì dovere scegliere quali bisogni e quali necessità soddisfare e quali sacrificare. Crisi significa anche mutamento di rotta, nel senso che i valori che hanno funto da bussola o da radicamento sono in forte sofferenza per cui occorre orientarsi per procedere al ripristino ovvero al superamento dei medesimi nell’ottica del perseguimento di migliori traguardi.

Di identica provenienza etimologica è il termine lessicale oggi forse più usato ed abusato persino sotto il profilo dei destini dei popoli: Europa.

Europa, è anch’essa una parola greca che non rappresenta soltanto il sito ufficiale dell’Unione Europea, ma è la dimostrazione effettuale di una storia e di una cultura e di una idea politica che hanno influenzato l’intero mondo civilizzato, un vero e proprio paradigma di riferimento per ognuna e tutte le culture che il mondo ha espresso, esprime ed esprimerà nei secoli a venire.

Piuttosto va, oggi, modificato in radice il modo di insegnare il latino ed il greco la cui bellezza ed utilità risiede  non già, come sopra ho detto, nella sperimentazione della traduzione letterale dei testi, bensì nell’esaltazione dell’analisi logica, nella continua ricerca della costruzione di ogni singola parola all’interno della frase.

Il sistema attuale di insegnamento spesso soffoca la parola dell’autore sotto la greve cappa della grammatica, della metrica e della linguistica ad evidente svantaggio del pensiero del personaggio studiato.

La grammatica greca e latina devono, invece, essere impiegate come utile chiave di lettura e di ermeneusi al fine di evitare che si pongano, nelle menti degli studenti, come esiziali momenti di noia, addirittura  quasi come ombre nefaste sui fiori immortali del pensiero antico.

Probabilmente occorre leggere il patrimonio letterario classico anche in ciascuna delle lingue oggi parlate se si vuole appieno godere e fruire della lezione che ancora oggi esso impartisce a tutti noi per comprendere sino in fondo la sua bellezza, non soltanto per la spiritualità che esso emana, ma anche e soprattutto per la insostituibile utilità che esso riverbera nella vita scientifica, professionale e di relazione quotidiana.

Addirittura il latino è incontrovertibilmente, più di ogni altra, la lingua della cultura occidentale atteso che in qualunque campo dello scibile il confronto storico, peraltro indispensabile per la comprensione del presente e del futuro, non può prescindere dal latino, forse più che dal greco, al fine della ricerca dell’identità europea.

Il latino ed il greco, in verità, più il primo del secondo, hanno garantito la non dispersione della cultura occidentale, visto e considerato che il latino è stata una lingua sovranazionale, e lo è tuttora in quanto lingua ufficiale della Chiesa Cattolica, che ha permesso e consente tuttora una comunicazione sincronica e diacronica dell’immortalità del sapere.

Se ancora oggi la cultura classica costituisce un vero e proprio patto di cittadinanza, atteso, peraltro, anche l’intervenuta costituzionalizzazione del principio della tutela e del mantenimento del patrimonio storico artistico italiano (articolo 9 della Carta)  e della memoria culturale che i siti ed i monumenti palesano, ciò e merito degli studi classici e del latino.

Non a caso l’Italia fra i dodici paesi più ricchi di cultura, censiti dall’UNESCO, è quello con il più alto numero di musei e di siti culturali fra i quali quelli di maggior rilevanza sono stati prodotti dalla cultura classica (greca e latina) in specie nel campo dell’archeologia, della scultura, della pittura, dell’architettura e della urbanistica per non parlare poi dell’imponenza della tradizione bibliografica.

L’insieme del complesso e dell’eccezionalità delle emergenze storiche, dell’Europa e dell’Italia in particolare, con il mondo classico danno, come già detto, luogo ad una sorta di patto di cittadinanza con la cultura classica e con il mondo che essa esprime che non può impunemente essere pretermesso.

Gli studi classici, inoltre, trasmettono, in particolare ai giovani, la percezione della bellezza e della costruttività delle cose, la libertà di autodeterminare  il più possibile e pacificamente il proprio futuro, le proprie speranze, le proprie necessità.  Impediscono che i ragazzi restino prigionieri della cultura dell’ovvio e trascinati da una meccanica non motivata dell’esistenza alle cui decisioni raramente prendono consapevolmente parte.

Sottraggono gli studenti dalle sabbie mobili dell’indifferenza, dalla melassa del non pensiero, dalla palude di una formazione finalizzata a non consentire di imparare e di conoscere alcunché della propria vita, del proprio ambiente, del nucleo sociale di appartenenza, della storia, delle istituzioni e del potere che le regge, in nome di un malinteso processo di egualitarismo tristemente omogeneizzante e spersonalizzante.

Abituano i giovani a sottrarsi alla logica del non appartenere a nulla e del non identificarsi in niente: in una parola ad essere protagonisti coscienti della loro vita e del loro futuro.

Gli studi classici, infatti, consentono di non perdere il contatto con le nostre radici, mantengono alto il profilo di una cultura che ogni giorno, stupidamente con insano ed irrazionale sentimento guidato dall’illogica finalità del cupio dissolvi, si tenta di svilire con greve cicaleccio massmediatico, servono a tenere vigile la memoria del passato, ad aprirsi sempre di più ad un indispensabile approccio comparativistico con i diversi saperi.

Il patrimonio greco e latino, unitamente all’apporto giudaico-biblico, è base comune per l’Europa. È il grimaldello che consente, proprio in questa società globalizzata e caratterizzata dal flusso continuo delle informazioni, di dare il giusto rilievo alle parole, alla etimologia delle stesse, a percepire il lato sacrale dell’ininterrotta fecondità dei testi che abbiamo ereditato dalla storia e che abbiamo il dovere di custodire e perpetuare.

Altro che considerare il latino ed il greco materie che non servono a nulla. Addirittura per ogni cittadino italiano ed europeo il latino è la chiave di accesso per comprendere il linguaggio del potere legislativo e burocratico. È anche il modo più semplice per acquisire il senso della storia che anima le rovine archeologiche di incomparabile sostanza umana e di pensiero, la vitale profondità dell’inesorabile ed ineludibile confronto con il passato.

In quest’ottica non ha alcun senso ed alcuna valenza contrapporre il latino alle lingue moderne che sono al pari essenziali per la vita di relazione così come non ha alcuna logica scindere la storia letteraria dalla conoscenza linguistica.

A conclusione di questa ormai lunga nota va ribadito che cultura, per dirla con Karl Kraus, è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno[2].

Cultura è un termine di derivazione latina il cui etimo trova la sua scaturigine nel verbo colere (coltivare).

Essa sostanzia un intenso ed articolato rapporto di relazione con il mondo delle idee, delle visioni e dello stile di vita, delle concezioni dei pensatori, dell’arte, della musica, dei libri e della storia.

Al giorno d’oggi ancorché si viva in una società fortemente  radicata ed incentrata sulla new economy e sulle nuove tecnologie, dominata dalla mercificazione dell’uomo, dal consumismo e dalla speculazione finanziaria, tutti gli indicatori caratterizzanti i modelli di sapere, mondiali ed europei, si muovono in direzione giustapposta a quanto sta purtroppo avvenendo in Italia.

È proprio nei paesi tecnologicamente più avanzati (Stati Uniti, Gran Bretagna e resto d’Europa) che lo studio del latino mostra sintomi di  fertile, rinnovato ed evidente, per diffusione, vigore, atteso che proprio in queste realtà vige la considerazione che  dalla civiltà classica si traggono le caratteristiche essenziali del pensiero filosofico, scientifico, politico, giuridico ed economico di tutta l’umanità.

È incontestabilmente provato per acta – e ciò non deve apparire come un paradosso – come la più gran parte (circa due terzi) delle università degli Stati Uniti abbiano asserito che, a parità di fattori, la conoscenza del greco e del latino conferisce agli studenti una marcia in più atteso che all’apprendimento delle lingue classiche è strettamente correlato un elevato valore formativo. Studiarle significa allenare non solo la memoria e l’attenzione per il dettaglio, ma anche sviluppare le capacità logiche e di ragionamento critico.

La cultura classica, più di ogni altra forma di cultura, sviluppa competenze di assoluta essenzialità sulle quali innestare le molteplici competenze specifiche che si acquisiscono in seguito o ancor meglio in parallelo.

La cultura classica è il corpo, l’anima e il pensiero dell’identità comune che lega ogni civiltà, ogni nazione, ogni religione, ogni comunità.

La cultura classica esprime una concezione di vita, una visione del mondo che fa da prolegomeno ad ogni comportamento significativo, allo stile qualificato, ad ogni condotta coerente.

La cultura classica è viva perché infonde il messaggio della trasumanazione ossia della certezza che la vita non si esaurisce in quel che appare o nella semplice sfera biologica. Essa apre alla consapevolezza che esiste un’altra dimensione, quella dell’immortalità dello spirito.

Fare – con l’arroganza intellettuale che è connotato costante dell’attuale modesta intellighenzia italiana, definita icasticamente da Luca Mastrantoni intellettualità del piffero – l’improprio paragone tra sapere scientifico e sapere umanistico è esercizio, per dirla con Omero, d’onor vuoto e nudo atteso che detta greve comparazione non percepisce la sostanziale diversità esistente tra la sfera dei mezzi e quella dei fini.

La scienza e la tecnologia ci procurano i mezzi per vivere meglio, con più agiatezza, si adoperano per ridurre il peso delle malattie, la cultura classica, di contro, ci offre tutto ciò che va oltre il margine delle necessità strumentali: la libertà, la capacità di esaltare l’intelligenza, la sensibilità verso il bello, la coscienza  dei legami, il senso della nostra esistenza anche nel rapporto con gli altri, con le nostre origini con il nostro futuro.

Scienza ed umanesimo si pongono, quindi, tra di loro, in modo complementare ed armonico laddove si consideri che la prima ci mette a disposizione, tramite la materialità delle cose,  le indispensabili relazioni d’uso con il mondo, mentre la cultura classica ci permette di assaporare l’inebriante frutto delle libere relazioni di scopo della nostra umanità.

Lo studio del latino e del greco conferisce competenze non soltanto più robuste ma anche più plastiche rispetto a chi tale studio non conduce atteso che l’immensa grandezza del latino e della scuola classica poggia sull’indubitabile ed ineludibile considerazione che tale tipo di studi, più che ogni altra metodologia di analisi e di apprendimento, costringe l’uomo a ragionare, ad avere la mente sempre allenata a recepire ogni forma di conoscenza.

Noi italiani abbiamo la grande fortuna di vivere, sulle spalle di quell’immenso “Atlante” rappresentato dalla nostra cultura umanistica, anche se, purtroppo, a causa della nefasta presenza di quella intellighenzia codina, politicizzata e di non esaltante qualità, già sopra stigmatizzata, a cui si aggiunge additivamente   una altrettanto perniciosa, surreale e forse endemica assuefazione all’indifferenza che ci avviluppa fra le sue spire, non riusciamo a comprendere pienamente la bellezza di cui siamo eredi  e rischiamo oggi, più che mai, per apatia e per l’influsso nefando e nefasto di cattivi maestri, di ripiegarci su noi stessi in una sorta di tragico vittimismo al limite dell’autodevastazione rifiutando e gettando via quanto di più bello un popolo abbia mai potuto avere in dono: la cultura classica e l’orgoglio di essere, come italiani, eredi diretti di quel mondo classico che ha degnamente  pervaso di se tutto l’occidente se non il mondo intero.

Va ancora soggiunto, per completezza espositiva, che corollario di eccellenza della ricordata cultura classica è l’umanesimo, ossia la capacità dell’uomo di conoscere, di essere il demiurgo del proprio talento, di creare e di dar vita e fecondità operativa e di pensiero a tutte le società che si sono succedute e si succederanno nel tempo[3].

La cultura classica e, quindi, l’umanesimo consentono all’uomo di esaltare le sue capacità, di rinnovarsi, di individuare e determinare nuovi valori, di allargare, in un divenire continuo, i propri orizzonti, le proprie curiosità, di perseguire nuovi obiettivi e nuove mete, di rigenerarsi in forme sociali sempre altre e nuove senza scadere nel vuoto formalismo retorico.

La cultura classica e l’umanesimo, quale sua filiazione legittima, consentono infatti all’uomo di comprendere al meglio la scienza e la necessità dei suoi continui aggiornamenti per il tramite dell’approfondimento culturale della civiltà c.d. tecnologica. Civiltà, quest’ultima, che è anch’essa una creazione dell’uomo, invenzione, scoperta, capacità di innovazione.

Il ricorso sistematico agli studi classici è l’unica via possibile e praticabile per superare anzi per ribaltare l’analfabetismo culturale che i nostri modelli di sapere oggi esprimono: analfabetismo che è la causa principale, anche se non la sola del ritardo della ricerca e della formazione universitaria italiana rispetto agli altri Paesi d’Europa.

1] Direttore Generale del CERN di Ginevra

[2] Karl Krauss in Detti e Contraddetti, 1972, Biblioteca Adelphi

[3] D. Ficarra, Quale futuro? Appunti su questioni del nostro tempo, Laruffa editore, Reggio Calabria, 2013, pag.84

***

Relazione tenuta il 5 marzo 2014 presso la Biblioteca della Provincia di Reggio Calabria (Pl Foti) nel Convegno organizzato dall’Associazione Culturale Nuovo Umanesimo in occasione del trentennale della sua fondazione sul tema “La modernità dell’Umanesimo”

Articolo pubblicato in: Diritto scolastico, dell’università e dell’istruzione, Articoli Aziende, Articoli Privati, Articoli Professionisti

IL NOSTRO COMMENTO: Intanto, prima di dire la mia, vorrei fare i complimenti al Prof. Luciano Maria Delfino, per i contenuti ben puntualizzati e ottimamente esposti sulla cultura umanistica e sull’importanza che riveste nell’attuale momento storico possedere una cultura classica. Ho molto poco da aggiungere al tema oggetto di indagine dopo l’esaustiva trattazione del Prof. Delfino, mi limiterò solamente a fare qualche riflessione personale sull’ importanza che rivestono ancora lo studio del greco e del latino da molti, inopinatamente, dato per spacciato. Questa categoria di persone sono i cd “nativi digitali” che privilegiano al posto delle “humanae litterae” i licei scientifici, tecnici e linguistici orientandosi verso una formazione più incline al mercato di oggi. Nell’era dei “Computer” si parla in digitale e si dimentica di tutto un bagaglio di cultura e di studi che stanno a monte e che hanno contribuito notevolmente a farci raggiungere gli attuali traguardi tecnologici. Certo, non bisogna, però, cadere nell’eccesso opposto e ritenere indispensabile per l’ uomo di oggi l’umanesimo di ieri. La verità, a mio avviso, sta nel mezzo. Si tratta di operare nella cultura odierna e, quindi, nell’insegnamento una sorta di commistione che sappia coniugare gli avanzati studi scientifici odierni con quelli umanistici in modo tale che venga acquisito e fatto salvo quanto di buono si è ereditato nel passato e fornire alle nuove generazioni elementi cognitivi validi per poterli proiettare nel futuro.

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