LA NORMA SALVA-SILVIO: ECCO TUTTI I RETROSCENA

LA NORMA SALVA-SILVIO: ECCO TUTTI I RETROSCENA

6 gennaio 2015

LA BUCCIA DEL BANANA
di Marco Travaglio

Fonte e link:http://giacomosalerno.com/2015/01/06/la-norma-salva-silvio-ecco-tutti-i-retroscena/

Rassicuriamo subito i colleghi di giornali e tv che, a parte il Corriere, sono ancora a caccia della “manina” (grazie per la citazione) che quatta quatta, alla vigilia di Natale, ha infilato l’articolo 19-bis, il SalvaSilvio, e altre amenità nel decreto attuativo della delega fiscale licenziato dal ministero dell’Economia poco prima del suo ingresso nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre.

Rassegnatevi: la manina è quella di Matteo Renzi. L’ha detto lui stesso al nostro giornale (l’unico che glielo abbia chiesto), con la spudorata franchezza che gli è propria. Il che, intendiamoci, non esime da alcuna responsabilità né lui né i ministri che l’hanno approvato senza proferire verbo: a cominciare dai più diretti interessati, cioè il titolare dell’Economia Padoan e quello della Giustizia Orlando.

Resta poi da capire chi, materialmente, abbia scritto il codicillo incriminato (il capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, Antonella Manzione, non c’entra: dunque è stato uno degli avvocati e giuristi che Renzi dice di aver consultato? E quale? E per caso difende qualche imputato eccellente per delitti fiscali? Dagospia fa il nome di Coppi, che smentisce.

Ma un tecnico molto esperto e interessato ci ha lasciato lo zampino). È strepitosa la beota ingenuità dei commentatori governativi, disposti a fare i finti tonti e persino a passare per fessi pur di scagionare Renzi: anche dopo che lo stesso premier le ha confessate.

Signore, è stata una svista. Sentite Stefano Folli su Repubblica: “L’operazione era maldestra, tanto maldestra da rendere verosimile che né Renzi né Berlusconi fossero i diretti responsabili del pasticcio”, anzi della “buccia di banana” messa lì da chissà chi per far inciampare l’Infallibile Presidente del Consiglio. La prova? Eccola: “I due avrebbero scelto meglio l’argomento e le modalità, se avessero voluto mettere a segno un colpo di tale rilievo qual è la riabilitazione pubblica del leader di Forza Italia… Nessuno dei due, né il premier né il suo semi-alleato del Nazareno, hanno (sic, ndr) il minimo interesse oggi a riaccendere i riflettori su una stagione passata… Quindi è possibile che la norma, che pure era stata infilata nel decreto, sia passata per l’eccesso di zelo di qualcuno, ma senza un coinvolgimento politico ad alto livello”.

Par di sognare: se non fosse stato per i gufi del Fatto Quotidiano, che ha raccolto la denuncia del sottosegretario Zanetti sull’abnormità della soglia del 3% (non solo di evasione, ma persino di frode), nessuno ne avrebbe parlato né l’avrebbe collegata al caso B. (come han fatto il nostro giornale e altri due giorni fa): il decreto dello scandalo, grazie anche al torpore delle feste, sarebbe approdato alle commissioni parlamentari per il visto finale (non c’è neppure dibattito né voto: è l’attuazione di una legge delega) e a quest’ora sarebbe già legge dello Stato sulla Gazzetta Ufficiale. E B. avrebbe già chiesto l’incidente di esecuzione alla Corte d’appello per farsi cancellare la condanna con tutti gli annessi e connessi. A quel punto tutti avrebbero recitato la parte delle vergini violate: “Oddio, non ce n’eravamo accorti, ma purtroppo cosa fatta capo ha, pazienza”. Il guaio di Renzi (e di B.) è che esiste ancora qualche sprazzo di libera informazione, che l’ha colto con le mani nel sacco. Ora comunque il premier può dire al partner Nazareno: “Ehi socio, io ci ho provato, ma i soliti gufi mi hanno sgamato”. Dove sarebbe dunque l’“operazione maldestra” e quali “argomentazioni e modalità” sarebbero state “migliori” di quelle usate da Renzi & C.? Mistero.

Il Premier ha sempre ragione. Sempre su Repubblica anche Gianluigi Pellegrino, in un articolo peraltro severissimo sul contenuto della “riforma” fiscale [leggi qui], ipotizza la presenza di misteriose “serpi covate in seno a Palazzo Chigi che giocano proprie indicibili partite” all’insaputa del povero Matteo, e se la prende con quelli che “non l’hanno avvertito né messo in campana”. Anche il Duce era innocente per definizione: la colpa era sempre di chi lo circondava e lo mal consigliava. Ragazzi, sveglia: l’ha detto Renzi che la norma l’ha fatta Renzi. Fatevene una ragione, è andata così.

Lo so, è una parola grossa, ma vogliamo usare la logica? Il governo depenalizza scientemente, consapevolmente, alla luce del sole la frode fiscale sotto il 3% dell’imponibile dichiarato. Chi vi viene in mente, alle parole “frode fiscale”, con tutto quel che è accaduto a terremotare la politica italiana nell’ultimo anno e mezzo? Silvio Berlusconi, naturalmente, che per una condanna per frode fiscale è decaduto da senatore, è divenuto ineleggibile e interdetto dai pubblici uffici, ha mollato le larghe intese e il governo Letta, ha subìto la scissione dell’Ncd, è finito ai servizi sociali ad assistere i vecchietti a Cesano Boscone, ha tempestato Quirinale, governo, Parlamento, giornali, tv, Consulta e Corti europee per riavere l’“agibilità politica”.

Possibile mai che, cambiando le regole della frode fiscale, nessuno si sia chiesto che ne sarebbe stato della condanna di B.? Chiunque abbia una laurea in Legge o in Economia (dove si studia il Codice penale, che già all’art. 2 prevede la revoca delle condanne per un reato che non c’è più) sa benissimo che, quando si depenalizza un reato, le relative condanne vengono cancellate.

Ora, Renzi risulta laureato in Legge e Padoan in Economia (Orlando in nulla , però ha dato qualche esame di Giurisprudenza): possibile che non lo sapessero? E il battaglione dei loro consiglieri giuridici che ci sta a fare: la birra? Nella migliore delle ipotesi, siamo governati da dilettanti, anzi da ignoranti allo sbaraglio.

L’impronta digitale. Prendiamo sul serio le parole di Renzi al Tg5: “Se qualcuno immagina chissà quale scambio, non c’è problema: ci fermiamo. Questa norma la rimanderemo in Parlamento solo dopo l’elezione del Quirinale e dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone, e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”. Delle due l’una. O la norma non è stata fatta per B. anche se salva B. – come giura Renzi, appellandosi all’eterogenesi dei fini – e allora non si capisce che c’entrino l’elezione del nuovo capo dello Stato e, a maggior ragione, la fine dei servizi sociali di B.; ergo abbiamo un governo di cialtroni. Oppure è stata fatta per B. (o anche per B.), e dunque attendere le due scadenze che lo riguardano ha un senso; ma allora abbiamo un governo di bugiardi. In ogni caso, siamo in buone mani.

Grandi evasori sì, B. no. Sempre a proposito di logica, tutto il decreto fiscale (non solo il famigerato 19 bis) è improntato alla più selvaggia depenalizzazione delle evasioni e delle frodi.

Con una mano il governo aumenta alcune sanzioni penali e amministrative, per fingere la faccia feroce; ma con l’altra fa in modo che non venga condannato quasi più nessuno col trucchetto delle soglie di non punibilità, aggiunte ai reati che non le prevedevano e alzandole a quelle che già le avevano. È il sistema-droga: chi evade o froda in modica quantità (si fa per dire) non finisce più sotto processo. La sintesi di Luigi Ferrarella sul Corriere è implacabile [leggi qui]: il decreto rende non punibili “la dichiarazione infedele fino a 150 mila euro, l’omessa dichiarazione fraudolenta mediante artifici fino a 30 mila euro di imposta evasa e 1,5 milioni di imponibile sottratto al fisco o 5% di elementi attivi indicati, e la dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti fino a 1.000 euro l’anno”.

Un gigantesco, immondo condono fiscale che salva dal processo e dalla condanna quasi tutti gli evasori e i frodatori, anche quelli grandi, accontentandosi – quando va bene – di incassare le tasse che non hanno pagato (sai che sforzo: evadi tutta la vita e, la volta che vieni beccato, rinunci a qualche briciola del bottino, sempreché l’amministrazione finanziaria più inefficiente del mondo riesca a sfilartela). Nessuno, diversamente che per il 19-bis SalvaSilvio, può dire di non averlo saputo.

Dov’erano allora i giornaloni, ma anche la sinistra Pd, che oggi s’indignano solo perché c’è di mezzo B.? Davvero il colpo di spugna per gli evasori grandi, medi e piccoli è cosa buona e giusta purché non salvi anche B.? Sarebbe interessante conoscere il pensiero del premier, dei ministri, dei partiti e dei giornali che li sostengono, ora che il decreto torna indietro per essere modificato (molto meglio cestinarlo e riscriverlo daccapo per mandare evasori e frodatori in galera).

Meno male che Silvio c’è. Vien quasi da dare ragione ai berluscones, che già intonano il pianto greco: “Si rimangiano il fisco giusto. Il governo blocca una norma di buonsenso che depenalizzava la microevasione. Motivo? ‘Avrebbe aiutato il Cavaliere’” (il Giornale). È triste ammetterlo, ma proprio così, tranne il fatto che la norma non è affatto di buonsenso perché non sana la microevasione, ma le megafrodi (con le soglie percentuali, più guadagni più puoi evadere impunemente). Quanti cattivi pensieri ci tocca scacciare. Compreso l’ultimo, l’estremo: che Dio ci conservi B. Senza di lui, il decreto porcata sarebbe già legge. E nessuno, a parte noi piccoli gufi, avrebbe detto una parola.

IL LEGALE DEL CAIMANO AMMETTE: “3% SEGNALE PER IL QUIRINALE”
COPPI: “IL PROVVEDIMENTO È LEGATO ALLE TRATTATIVE PER LA SUCCESSIONE DI NAPOLITANO”. E IL 24 SERA, DOPO IL REGALO IN CDM, IL PREMIER CHIAMÒ L’EX CAVALIERE


di Carlo Tecce

Con maniacale cura nel selezionare le parole più adatte, l’avvocato Franco Coppi fa un’annotazione al momento dei saluti: “Mi chiede se la polemica sul 3% per i reati fiscali e sul mio assistito Silvio Berlusconi c’entri con la partita per il Quirinale? E io le rispondo di sì, altrimenti perché Matteo Renzi promette che la pratica sarà rinviata a Presidente eletto e dopo la fine dei servizi sociali a Cesano Boscone?”.
Il professor Coppi inizia da lontano, cita Giulio Andreotti, un suo ex cliente: “Mi ripeteva che le notizie non vanno corrette o smentite, è dannoso. Ma io un ragionamento lo voglio fare”. E allora, avvocato, l’ormai famosa norma salva evasori e frodatori, avrebbe riabilitato il condannato Silvio Berlusconi? “Occorre valutare, forse sì, adesso non mi sembra più una questione attuale. E vi assicuro che non sono in disaccordo con Niccolò Ghedini (la considerava inutile per B.), difendiamo assieme Berlusconi, altrimenti sembriamo due cretini. E aggiungo che non ho mai incontrato il ministro Pier Carlo Padoan (riferimento a Dagospia). Quel che posso evidenziare è che il Tesoro e Palazzo Chigi non potevano non sapere l’esistenza del codice. E mi domando: perché ieri ritenevano giusta la legge e oggi è sbagliata? Colpa sempre di Berlusconi?”. Era smaccatamente un dono infiocchettato per il suo assistito, non tema però, Renzi dice che vuole aspettare l’elezione del capo dello Stato. “Questo è l’aspetto che mi preoccupa e comprendo chi lo solleva: il provvedimento appare legato alle trattative per il Quirinale, utilizzato come un messaggio mentre ci avviciniamo all’appuntamento per la successione di Giorgio Napolitano. È scorretto per i cittadini che potrebbero beneficiare della soglia del 3% e per il Berlusconi politico. Per fortuna, il problema non mi riguarda”.

Vertice ad Arcore di B. e la telefonata con Matteo
Il professor Coppi offre lo spunto per ricostruire una faccenda con tante comparse ancora ignote – chi ha modificato e valutato il decreto legislativo in materia fiscale e chi l’ha vergato? – e due insigni protagonisti: i contraenti del patto del Nazareno, l’anziano Silvio Berlusconi e il giovane Matteo Renzi. Per lo scafato Coppi, la mossa del giovane è servita a rassicurare l’anziano. Anche in villa San Martino di Arcore, l’apparizione e la scomparsa dell’articolo 19 bis, che conteneva la scappatoia per l’ex Cavaliere, sono fenomeni che vengono interpretati come un segnale per il capo di Forza Italia. Un po’ di riguardo, perché fa intendere che Renzi potrebbe ripristinare completamente l’attività politica dell’alleato del Nazareno. E un po’ sovviene la sensazione che il regalo natalizio, licenziato dal Cdm il 24 dicembre di vigilia, sia stato sfruttato per pressare Berlusconi in vista del Colle. Non è soltanto una suggestione di Augusto Minzolini, ma un pensiero comune tra i dirigenti forzisti. L’ex Cavaliere, ieri pomeriggio, ha convocato i capigruppo di Camera (Renato Brunetta) e Senato (Paolo Romani), onnipresente il mai defilato Denis Verdini, per delineare le tattiche sul Quirinale e per imbracare un partito che cade a pezzi e ha rivelato, per l’occasione, di aver ricevuto una telefonata di Renzi proprio la sera del 24 dicembre, mentre il pacco di Palazzo Chigi era pronto per essere consegnato all’ex Cavaliere. Il pacco che avrebbe cancellato la sentenza Mediaset a quattro anni di reclusione e, soprattutto, gli effetti della legge Severino che lo rendono in-candidabile per sei. Automatico supporre che Renzi, se non fosse davvero così distratto, abbia informato Berlusconi e che il colloquio non sia terminato solo con i tradizionali auguri di buon Natale. Stavolta, l’ex Cavaliere non fa la vittima, non accusa l’inquilino di palazzo Chigi (che incontrerà a breve), quasi come se già fosse al corrente del canovaccio di questa vicenda, che l’ha prima improvvisamente liberato e poi immediatamente rinchiuso in gabbia. In sintesi: Berlusconi ha apprezzato lo sforzo di Renzi, e spera che in futuro sia più incisivo. Ovvio che debba inondare i suoi parlamentari con lo sfogo contro la sinistra che lo ricatta per il Quirinale, mescolando eventi politici a sventure private. E pure questo va registrato, incluso un flebile piano per sostenere Pier Ferdinando Casini al Colle. Per riconquistare l’agibilità politica, rabbonito da Ghedini, Berlusconi confida nella Corte di Strasburgo, che esaminerà il ricorso contro la Severino. E poi c’è l’amico di Firenze.

Il ruolo di Lotti e Verdini e gli esecutori a Chigi
Nonostante la sospetta generosità che ha spinto Renzi ad assumersi la responsabilità del miracolo natalizio per Berlusconi, prosegue la finta caccia ai responsabili. Quelli materiali sono facili da individuare: l’ex vigilessa Antonella Manzione, che dirige l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, e i tecnici che l’assistono. Oltre all’ex sindaco di Firenze, i mandati sono della stessa zona. È indiscrezione diffusa che le conseguenze del decreto fossero comprese dai toscani Luca Lotti e Denis Verdini, il sottosegretario di Renzi e l’emissario di Berlusconi sono i custodi dell’accordo del Nazareno. Appena il trucco è stato scoperto, però, è montata (l’artificiosa) armonia tra il Tesoro di Padoan a Palazzo Chigi. L’articolo 19 bis, imbarcato dal Consiglio dei ministri senza che fosse notato, ora se lo ricordano in Via XX Settembre: “Impianto condiviso, effetti sconosciuti”. Non conviene allargare la distanza tra l’Economia e Palazzo Chigi, non alle pendici di un mese che sarà una scalata. L’agenda non lo permette.

Il faccia a faccia con i deputati e i senatori
L’esordio per Renzi è un esame con i parlamentari democratici, domani. L’ordine: timbrare l’Italicum a Palazzo Madama e la riforma costituzionale a Montecitorio. E poi, in coincidenza, tocca al Quirinale. Gli schieramenti sono i soliti: Lotti a sinistra, Verdini a destra, i franchi tiratori al centro, ovunque. Questi sono giorni da elenchi fatti e rifatti, mediazioni per raccattare i grandi elettori. Renzi ne dispone circa 450, e molti li perderà. Berlusconi non dà cifre esatte. Quelli di Forza Italia sono 150, così recitano le carte, le somme algebriche, senza contare le truppe di Raffaele Fitto. Ecco perché, prima di affrontare il Colle, occorre che Silvio&Matteo siano affiatati. La pendenza per l’ambita residenza va oltre il 3% dell’evasione fiscale.

 

LA PARTITA DEL COLLE SI COMPLICA. E RENZI ADESSO È PIÙ DEBOLE


di Stefano Folli

Lo scenario politico è cambiato in fretta a cavallo di Capodanno. Tanto in fretta che adesso le incognite superano le certezze. Fino all’altro giorno l’accordo Renzi-Berlusconi appariva abbastanza solido, una cornice in grado di reggere alla duplice, imminente prova: prima la riforma elettorale al Senato e subito dopo, alla fine del mese, l’elezione del capo dello Stato. Franchi tiratori nei due campi erano messi nel conto, certo, ma gli ottimisti, pallottoliere alla mano, dimostravano che il premier aveva in mano i numeri giusti e che il suo alleato di Palazzo Grazioli gli sarebbe rimasto al fianco con lealtà. All’improvviso oggi prevale un’idea di fragilità. Peggio: i contorni del patto del Nazareno diventano opachi e certe contiguità politiche sembrano solo lo schermo per scambi inconfessabili, benché maldestri, e giochi di potere poco limpidi.

Può sembrare incredibile, ma la vicenda tragicomica del decreto fiscale e del tetto al 3 per cento per salvare Berlusconi, potrebbe essere davvero il frutto di un gran pasticcio all’italiana e non il parto di due cospiratori. Ma ai fini pratici non cambia nulla. Né cambia qualcosa che il presidente del Consiglio si sia assunto la responsabilità di aver inserito la norma contestata nel decreto dopo aver dichiarato di non saperne nulla (ma in precedenza aveva anche detto di aver dedicato tutto il tempo necessario alla lettura puntigliosa, paragrafo per paragrafo, del provvedimento fiscale).

A questo punto diventa meno importante conoscere chi, materialmente, ha scritto il famigerato passaggio. Conta di più capire quali saranno le conseguenze politiche e parlamentari del grave errore. Il fatto che Renzi se lo sia caricato sulle spalle, nel tentativo di alleggerire la pressione mediatica, e abbia ritirato il testo (almeno fino a dopo il voto sul capo dello Stato), non risolve la questione di fondo. Semmai certifica che il colpo ricevuto ha messo il premier in una difficoltà senza precedenti. In un attimo ha ripreso vita la minoranza del Pd, che Renzi non aveva esitato a umiliare nei mesi scorsi; e lo stesso Grillo sembra uscito all’improvviso dal suo letargo. La partita del Quirinale si fa più incerta e per i candidati vicini al premier la strada è in salita.

Non è un buon risultato per l’uomo che si vanta di aver quasi cancellato il movimento dei Cinque Stelle e di aver cambiato la fisionomia della vecchia sinistra. Ma Renzi impara a sue spese che basta sbagliare una mossa per ritrovarsi ai piedi della montagna. E in questo caso le mosse sbagliate sono due. Quella sul fisco, le cui ricadute vanno molto al di là del caso Berlusconi perché si toglie rilevanza penale a un numero eccessivo di reati tributari, dando l’impressione (magari solo l’impressione) di voler inseguire qualche tornaconto elettorale. E quella che riguarda il volo per Courmayeur. Qui il premier si è esposto alla polemica capziosa dei «grillini». I quali hanno torto nel merito, perché un capo di governo ha diritto di spostarsi con i mezzi dello Stato, salvo che non vi rinunci per ragioni di opportunità (come fece a suo tempo Enrico Letta). Tuttavia hanno ragione su un punto: l’attacco ai privilegi della «casta» fu un argomento forte del Renzi prima maniera, quando voleva vincere le primarie nel Pd e frenare l’espansione dei Cinque Stelle. C’è quindi una certa contraddizione nei comportamenti, non grave e tuttavia insidiosa se qualcuno, come è accaduto, la fa rilevare.

La sfortuna del presidente del Consiglio è che questi episodi negativi, figli di un eccesso di sicurezza o di errori di valutazione, avvengono alla vigilia dei due passaggi cruciali della legislatura. Il patto del Nazareno si è indebolito nel momento sbagliato. A conferma che spesso le scelte politiche sono condizionate da stati emotivi e psicologici. Il «renzismo» fino a oggi ha goduto di circostanze molto favorevoli nella psicologia di massa. Vedremo se saprà reagire a questi non irrilevanti incidenti di percorso.

IL NOSTRO COMMENTO: In tutta questa triste vicenda giocata in modo alquanto strano dai Ns politici una cosa è certa, per come ci riferisce, l’ottimo Marco Travaglio: Rassegnatevi: la manina è quella di Matteo Renzi. L’ha detto lui stesso al nostro giornale (l’unico che glielo abbia chiesto), con la spudorata franchezza che gli è propria. Il che, intendiamoci, non esime da alcuna responsabilità né lui né i ministri che l’hanno approvato senza proferire verbo: a cominciare dai più diretti interessati, cioè il titolare dell’Economia Padoan e quello della Giustizia Orlando.”

Che i giochi della politica fossero sporchi lo si sapeva dai tempi degli antichi romani e, purtroppo, fino ad oggi pare che le cose siano rimaste immutate. Perché mentire! E’ sfuggita! Afferma Renzi: “Noi non vogliamo leggi ad personam né contra personam.. …non c’è problema: noi ci fermiamo, questa norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l’elezione del Quirinale, dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”.

Ma Noi ci chiediamo – come se lo chiedono milioni di cittadini – Se errore c’è, si corregge subito, perché aspettare a dopo le elezioni del Presidente della Repubblica? Ha ragione Travaglio: Prendiamo sul serio le parole di Renzi al Tg5: “Se qualcuno immagina chissà quale scambio, non c’è problema: ci fermiamo. Questa norma la rimanderemo in Parlamento solo dopo l’elezione del Quirinale e dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone, e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”. Delle due l’una. O la norma non è stata fatta per B. anche se salva B. – come giura Renzi, appellandosi all’eterogenesi dei fini – e allora non si capisce che c’entrino l’elezione del nuovo capo dello Stato e, a maggior ragione, la fine dei servizi sociali di B.; ergo abbiamo un governo di cialtroni. Oppure è stata fatta per B. (o anche per B.), e dunque attendere le due scadenze che lo riguardano ha un senso; ma allora abbiamo un governo di bugiardi. In ogni caso, siamo in buone mani.”

Il ragionamento di Marco è giusto! Perché aspettare a dopo le elezione del Capo dello Stato? Non ha senso! Se trattasi di semplice errore (direi meglio “orrore”!) si corregge e basta! Non vi pare! Non è così! I politici ci tentano sempre! Berlusconi poi non si arrende mai! Ormai lo conosciamo! Le tenta tutte! Noi lo abbiamo sempre sostenuto: Berlusconi i migliori amici se li ritrova proprio nel PD! Povera Italia!

 

 

 

 

 

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Categorie:Politica, Travaglio

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