osa sta accadendo in Libia e quanto è grave la penetrazione dell’ISIS? Ce lo spiega Arturo Varvelli

Cosa sta accadendo in Libia e quanto è grave la penetrazione dell’ISIS? Ce lo spiega Arturo Varvelli

di Vittoria Patanè | 20 Febbraio 2015

Arturo Varvelli, uno dei massimi esperti di Libia in Italia, ci spiega costa sta accadendo nel Paese africano e quali sono le cause che hanno portato all’attuale crisi politica e alla preoccupante penetrazione dell’ISIS

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Continuano incessanti i tentativi di trovare una soluzione alla grave crisi libica. La Nazione è afflitta da fortissimi conflitti interni e l’ISIS ne sta approfittando per cercare di conquistare sempre più territori. L’ONU per il momento frena su un possibile intervento militare ma pone l’accento sul bisogno di un accordo politico volto a creare un Governo di unità nazionale. L’Italia, secondo quanto ha affermato il ministro Gentiloni, è pronta ad avere un ruolo guida nel processo di stabilizzazione del Paese, l’unica via per evitare la penetrazione dello Stato Islamico e scongiurare i pericoli per l’Europa intera. La Libia rappresenta una porta di accesso al nostro continente e soprattutto all’Italia, data la vicinanza ai nostri confini.

Per comprendere meglio cosa sta accadendo in Libia abbiamo posto qualche domanda ad Arturo Varvelli, ricercatore Ispi e responsabile dell’osservatorio sul terrorismo dell’istituto, considerato uno dei massimi esperti di Libia in Italia. Ecco cosa ci ha risposto.

La Libia in questo momento sta affrontando una crisi gravissima, si combatte su più fronti e l’ISIS ha conquistato alcuni avamposti sul territorio. Quali sono le cause storiche che, secondo lei, hanno portato all’attuale situazione socio – politica?
La crisi di fatto è stata innescata dalla caduta e di Mu’ammar Gheddafi. La fine del regime e la morte del dittatore hanno aperto un vaso di Pandora alla cui base si situa la debole identità nazionale libica.
Gheddafi ha governato per quarantadue anni basando tutto su legami assolutamente informali e non formali. In Libia non esistevano istituzioni forti, proprio perché non si volevano creare poli di potere contrapposti al regime. La fine di esso ha decretato il crollo del sistema. Non ci sono istituzioni, non c’è polizia, non ci sono punti di riferimento. Sono quindi emersi i localismi, i tribalismi e le divisioni regionali. Il risultato è stata una situazione di totale anarchia, le milizie si sono armate e non hanno voluto deporre le armi, si sono creati vari gruppi in lotta gli uni contro gli altri.

A suo parere, nella situazione da lei appena descritta, ci sono delle responsabilità dei Governi occidentali, soprattutto dopo la caduta di Gheddafi e la Primavera Araba?
Assolutamente si. Le Nazioni occidentali, Italia compresa, hanno preso parte a questo processo, Francia e Regno Unito in primis. Pensavamo di portare in Libia la democrazia, ma in realtà il fallimento di questa missione era già nell’idea che caduto il regime, la democrazia potesse fiorire da sola. Non solo i libici non sapevano cosa fosse nei quarantadue di dittatura di Gheddafi, ma neanche in precedenza. Certamente ci sono delle responsabilità, non nell’intervento in sé, che poteva essere giustificato dalla brutalità del regime, ma soprattutto nel dopo. Una volta caduto Gheddafi si è creata una sorta di disunità, ogni Paese ha iniziato a tifare per una fazione diversa, non è stato creato un progetto comune. L’ipotesi della Libia in mano ai libici non ha funzionato e la comunità occidentale ha mancato un’opportunità di aiutare nella rinascita libica.

Mentre l’Egitto ha deciso di agire via terra, l’Onu ha frenato sulla possibilità di un intervento militare, sostenendo che l’unica via per mettere in sicurezza l’area è quella politica e affermando che l’unica strada percorribile è quella di cooperare per creare in Libia un Governo di unità nazionale. A livello pratico, cosa dovrebbe essere fatto?
L’unico modo per stabilizzare la situazione in Libia è quello di creare un nuovo Governo nazionale libo, o almeno tentare di istituire un cessate il fuoco tra le varie fazioni rivali. Anche se alla fine si decidesse per un intervento militare, questo deve essere messo in atto dopo aver raggiunto un accordo con i vari Governi. Altrimenti il rischio è quello di diventare un bersaglio o di far coalizzare questi gruppi contro di noi. A trarne giovamento sarebbe soprattutto l’ISIS che riuscirebbe a proliferare sul territorio.

In questo frangente spicca il silenzio degli Stati Uniti, solitamente molto «attivi» quando si parla di lotta al terrorismo. Sono in molti a sostenere che il motivo di questo silenzio siano gli scarsi interessi economici, e soprattutto petroliferi, che gli USA hanno in Libia. Qual è la sua opinione?
Non si tratta solo di una questione economica, ma anche strategica. Gli Stati Uniti hanno sempre meno interessi nell’area mediorientale. Non c’è la volontà di aprire un altro fronte di guerra. Barak Obama è abbastanza riluttante e sempre meno interventista. Basti guardare il mancato intervento in Siria o il tentato disimpegno da Iraq e Afghanistan. Il silenzio sulla Libia dipende da motivazioni strategiche più ampie e fa pensare che il problema debba essere sempre più europeo ed europeizzato. E’ l’Europa a doversene occupare in prima persona.

Il ministro Gentiloni ha affermato stamattina che l’Italia è pronta ad assumere un «ruolo guida» per mettere in atto un processo di pacificazione in Libia. Come dovrebbe agire il nostro Governo?
L’Italia dovrebbe continuare a perseguire una politica che renda il nostro Paese un ponte tra le varie parti. Il nostro compito è innanzi tutto quello di mediatori. Lo abbiamo fatto molto bene in passato grazie soprattutto all’operato dell’ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi, che è riuscito a instaurare un rapporto con entrambi i Governi. Purtroppo è stato costretto a rientrare in Italia pochi giorni fa, insieme agli altri nostri connazionali. Ma dobbiamo continuare a mediare, altrimenti ciò che otterremo è uno Stato Fallito. L’unico modo per combattere l’ISIS è stabilizzare il Paese e per farlo bisogna prima risolvere i conflitti interni tra i gruppi creatisi dopo la caduta di Gheddafi.

In Italia non si parla d’altro che del dilagare dell’ISIS in Libia. Quanto è preoccupante questo fenomeno?
Attualmente non è così preoccupante. L’ISIS al momento si trova in competizione con altre milizie, come per esempio quelle di Ansar al Sharia, una formazione jihadista che attualmente conta su diecimila uomini, ma che viene meno considerata a livello internazionale. L’ISIS è ancora confinato a Derna, nonostante le incursioni a Sirte, dove però è stato ridimensionato. La penetrazione è al momento circoscritta, anche se rimane un fenomeno preoccupante data anche la grandissima capacità che hanno di reclutare uomini in ogni parte del mondo. Preoccuparsi è giusto, ma la situazione deve anche essere analizzata secondo una giusta dimensione.

IL NOSTRO COMMENTO: si doveva pensarci prima all’atto della cacciata del dittatore libico Gheddafi. Ora, come era da prevedersi, si è creato il caos. Una situazione di totale anarchia senza nessuna regola. Sarà molto difficile riportare queste tribù che vivono allo stato brado alla ragione. Per evitare che il tutto sfoci in un inutile bagno di sangue occorrerebbe mostrare solo i muscoli minacciando fulmini e saette. Con questa gente il dialogo è perfettamente inutile. Salvo che non si voglia parlare al vento. La paura di un’invasione armata – magari dando qualche dimostrazione alla spicciola – potrebbe essere utile per ristabilire quanto meno un po’ di ordine. In ogni caso non è impresa facile. Se fallisce questo metodo bisogna passare giocoforza alle armi. Auguriamoci di no!

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Categorie:Politica

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